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LA CREAZIONE DAL NULLA È UNA BUFALA

Pubblicato il da nereovilla

 

La “creazione dal nulla” è un’incongruenza che come tale necessita di essere imposta come dogma di fede. Ogni dogma da credere è però un tiranneggiare la realtà.

Caratterizzerò ora cosa intendo per realtà, e poi, detta incongruenza.

La realtà è costituita da un re e da un reame. Il re è l’osservatore. Il reame è l’osservato. Tutto l’osservabile non può concettualmente esistere senza osservatore e, viceversa, tutto il concepibile non può avere consistenza senza il relativo percepibile. In altre parole, senza l’osservatore, l’aggregato sconnesso di oggetti di sensazione (colori, suoni, sensazioni di pressione, di calore, gustative, olfattive, e poi sentimenti di piacere e di dispiacere), cioè il contenuto dell’osservazione pura, rimane sconnesso. Di fronte a ciò sta il pensare, pronto a svolgere la sua attività non appena trova un punto di presa. E l’esperienza presto insegna a trovarlo. Il pensare è in grado di tirare legami (il logos della logica ha in se questo potere del formare legami, o connessioni) da un elemento di osservazione ad un altro. Congiungendo determinati concetti con questi elementi, stabilisce fra loro dei rapporti. Senza rapporti tra percepibile e concepibile è facile cadere in astrazioni prive di riferimento alla vita reale.

La “creazione dal nulla” è un’incongruenza del pensare simile alla formula einsteiniana della relatività basata su una costante assoluta (assoluto è il contrario di relativo).

Se infatti si crede nell’immortalità e non anche nell’innatalità si ha un credo a metà. Fare cominciare l’uomo con la nascita e col concepimento materiali è un materialismo che si colora di creazionismo per l’incapacità di affiancare ad una concezione evoluzionistica della natura una concezione evoluzionistica dell’attività interiore, integrando coerentemente la prima con la seconda.

D’altra parte, l’evoluzionismo materialistico, negando l’immateriale o il sovrasensibile, pretende di spiegare l’evoluzione dell’attività interiore umana con quella del corpo, per poi proiettare l’immateriale (sovrasensibile) in un dio trascendente a cui affidare il compito di crearlo ogni volta dal nulla. Ma questo sovrasensibile è già nell’uomo e non ha bisogno di essere ricreato ogni volta. Pertanto, a causa di questo dadaismo fideistico del creazionismo, il materialista non può accorgersi del fatto - che sarebbe ben più plausibile - che quel dio abbia casomai creato l’uomo NON dal “nulla”, ma da se stesso, e che perciò l’“essere” che l’uomo è, discenda dall’ESSERE, non dal non-essere.

Non serve nemmeno partire dal concetto ebraico “barà” (ברא, “bet”, “resh” ed “alef”, valori numerici 2, 200, 1; somma totale 203; sintesi teosofica 2+0+3 =5) del primo versetto biblico (“berescìt barà eloìm”, Genesi 1,1) di solito tradotto con “creò” (1), né da alcun altra filologia, perché il giudizio critico sulla realtà riguardante la percezione del mondo è già sufficiente per accorgersi dell’infondatezza dell’idea della cosiddetta creazione dal nulla.

La presenza del mondo esterno porta di solito all’assolutizzazione causidica secondo la quale “se c’è il mondo, qualcuno l’ha fatto”. Questa è però una deduzione, non un risultato di osservazione di un oggetto. Come deduzione è sbagliata. Potrebbe essere esatta solo se fosse in grado di escludere le seguenti obiezioni o dubbi: perché il cosmo non potrebbe essere eterno? Perché il cosmo dovrebbe essere stato fatto da una dio collocato fuori di esso, seduto magari su un trono con attorno ventiquattro vegliardi?

“Cosmos” significa “ordine” in greco. Perché mai l’ordine dovrebbe provenire da qualcuno che ne è fuori?

In ogni caso anche se l’ordine (cosmos) avesse avuto un inizio non potrebbe costituire la prova dell’esistenza di un dio che lo abbia creato. Che il mondo abbia avuto un inizio lo dice la fede nella bibbia ma come la mettiamo con le altre fonti? “Sappi che il mondo NON è stato creato, così come il tempo è senza inizio e senza fine” (Wahagurana, IX sec. a.C.).

Il cosmo nessuno l’ha fatto. C’è e basta. Non ha avuto un inizio. Ha in sé tutta la forza, tutta l’energia della sua esistenza, tutto il significato del suo esistere. Il cosmo è “causa sui” (“causa di se stesso”). È auto-creazione. Se ciò è difficile da accettare, non è meno difficile credere che la causa del mondo sia fuori dal mondo. La realtà è “ab aeterno”, come la “prakriti” (il divenire materiale) e il purusha (l’essere). Perciò si parla di auto-emanazione o manifestazione del cosmo: dall’invisibile al visibile sempre più condensato, secondo un riempimento di forme che sempre furono, come la pianta primordiale di Goethe, o l’io universale che informa ogni altro io e, immediatamente, di sé.

Il cosmo può dunque essere l’effetto di un continuum di eternità, non di una creazione da parte di un dio.

Oltretutto, chi davvero crede alla creazione dal nulla, deve necessariamente credere che una volta non c’era nessuno. Ma chi l’avrebbe mai detto? Chi l’avrebbe riferita? Nessuno, appunto, se non c’era nessuno. Siccome non c’era nessuno, nessuno avrebbe potuto raccontarla o scriverla. Così questa storia del fatto che non c’era nessuno ma che poi qualcuno ha testimoniato che non c’era nessuno è un po’ strana. Come si fa a testimoniare il nulla della creazione dal nulla se non c’era nessuno? “È vera senz’altro e ci credo”, dice il credente in questa storia. Ed autoconvincendosene dice però a se stesso: “Se è vera, in effetti, non c’era nessuno”. Poi ci ripensa: “Ma se le cose stanno così, nessuno poteva dirla... Mah! Non devo pensare ma avere fede”. “E basta!”.

Prima o poi ci fu comunque qualcuno. Ma le stranezze non erano finite. E non sono finite nemmeno oggi. Quando qualcuno cominciò a raccontare la storia che una volta non c’era nulla e nessuno, molti aggrottarono la fronte e sollevarono enormi punti interrogativi. Infatti, ripeto, come si fa a sapere che una volta non c’era nulla se non c’era nessuno? Quando non c’è nessuno, non c’è nessuno a saperlo, e quando ci fu qualcuno, costui non poteva certo dire che non c’era nessuno, dato che lui almeno c’era.

Anche per questo motivo la creazione dal nulla è un’incongruenza del pensare. Una storia vera che nessuno può dire perché nessuno c’era è solo una fiaba. Adesso arriva il Pinco Pallino clericale o scientista alla Scientology e dice che c’è sempre stato qualcuno? “Non è vero - dirà il credente, convinto com’è che una volta non ci sia stato nessuno - ovviamente questa è infatti una verità di fede. Va creduta. E basta. Ed è tutto quel che si può dire”.

Ma ciò per me non è sufficiente. Ciò che è, è. Ciò che non è, non è. E il nulla, fino a prova contraria NON è.

(1) Il significato del primo verbo della Bibbia “barà”, generalmente tradotto con “creò” (Dio creò), dovrebbe essere aggiornato. L’AHRC (Ancient Hebrew Research Center) propone la sostituzione di “creò” con “sostanziò” nel senso di “irrobustì”, “ingrassò”, “rese più sostanzioso”, ecc. È chiaro però che questo aggiornamento potrà difficilmente essere accolto dai credenti nella creazione dal nulla (creazionisti). Il significato originario (ancora discusso tra gli accademici) di “barà” sembra sia anche “separare”. Tra i siti internet di analisi linguistica si può accedere ai trattati dell’AHRC, dov’è disponibile un articolo di Jeff Barner proprio sul termine “barà”, a proposito di Genesi 1,1: «it does not say that God “created” the heavens and the earth, instead he “fattened” them or “filled” them. Notice that the remaining chapter is about this “filling” of the heavens with sun, moon, birds and the “filling” of the earth with animals, plants and man”. In sostanza, il “barà” del primo versetto biblico non significherebbe “creare” ma “riempire”. In effetti, come fa osservare l’articolo, i versetti seguenti racconterebbero di come Dio “riempie” cielo e la terra (e le acque) di forme di vita. La lingua ebraica nasce infatti scritta sotto forma di segni con significati concreti, e non astratti. Le astrazioni sono state poi assegnate col passare del tempo. Anche da ciò si può dedurre che “barà” non indica affatto una “creazione dal nulla”. E ciò rende giustizia anche alla visione antroposofica steineriana, ed aristotelica, della manifestazione del mondo. Infatti di manifestazione si tratta, dato che la stessa “prakriti” ha carattere di eternità. Il cosmo - proprio il cosmo fisico - è ORDINE naturale che esiste da sempre e che non è stato creato da alcun essere collocato metafisicamente fuori da esso. Da ciò non può che emergere che la cosiddetta creazione si è condensata (o “ingrassata” o “riempita”) da sé e, da invisibile che era, si è resa visibile (onde il senso dell’apparire fenomenico o dell’“epifania” cosmica).

 

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Il mio sì a M. Biglino

Pubblicato il da nereovilla

ovvero

NOTE SULLA TRADUZIONE
LETTERALE DELL’EBRAICO BIBLICO
E SULL’OPERA DI MAURO BIGLINO

Mauro Biglino è convinto, in base a dati scientifici, che le cose che per millenni ci hanno fatto credere sulla bibbia siano false. Non posso che essere d’accordo e reputo le sue traduzioni letterali un servizio allo studio dei testi antichi e specialmente della lingua ebraica.

Ciò premesso, devo però fare notare alcune osservazioni, che reputo importanti anche per questo autore: non mi sembra si possa affermare che traducendo in modo scrupolosamente letterale si possa scavalcare l’ermeneutica in senso lato o universale, dato che tutto è interpretabile. Guai se non fosse per esempio interpretabile il pianto di un bambino, così come un sorriso o una formula della RELATIVITÀ ricavata da un ASSOLUTO (la costanza assoluta della velocità della luce). Chi vieta a se stesso il proprio giudizio critico non può che attenersi ai giudizi altrui, che io chiamo PENSATI, siano essi veri o falsi.

Un mio appunto a Biglino potrebbe essere pertanto il seguente: riferendosi a Rudolf Steiner, egli afferma: “A volte si ha veramente l’impressione che in certi ambiti dello scibile umano sia lecito dire tutto e il contrario di tutto” (Mauro Biglino, “Resurrezione Reincarnazione. Favole consolatorie o realtà? Riflessioni e domande per liberi pensatori”, 9, La reincarnazione in Occidente, Ed. Uno, 2009), senza però citare la fonte da cui egli riceve questa impressione. Allora la mia impressione, derivante da asserzioni come queste, è che abbiamo di fronte uno studioso unilaterale nella misura in cui è, sì, molto meticoloso nel tradurre testi antichi in modo letterale, ma superficiale in altri ambiti, ugualmente importanti. Infatti, così facendo, finisce per attribuire a Steiner contraddizioni che, fino a prova contraria, se si conosce la sua opera, non esistono. Anzi, proprio Steiner è colui che individua le contraddizioni della scienza e della cultura del suo tempo, superandole mediante altri risultati di osservazione, poggianti proprio sul metodo delle scienze naturali (si veda per esempio i suoi capitoli di Scienza della libertà nel suo libro “La filosofia della libertà”).

Dire tutto e il contrario di tutto è un’antilogica che riguarda invece soprattutto la scienza di oggi, materialisticamente impostata. Perciò va detto che coloro che semplicemente CREDONO in questa scienza, sono come i credenti in una qualsiasi confessione religiosa. Fissandosi per esempio in Einstein (o in Freud, o in qualsiasi altro sedicente scienziato), si comportano come gli antichi del Medio Evo, fissati in Aristotele. Alla fine del Medio Evo, succedeva infatti che anziché osservare la natura, apparisse molto più comodo prendere gli antichi libri di Aristotele per metterli a base di ogni conferenza accademica. Si racconta addirittura che un peripatetico (aristotelico ortodosso), inviato ad osservare un cadavere per persuadersi che i nervi NON partono dal cuore (come egli aveva erroneamente creduto di leggere in Aristotele filtrato da Avicenna e Averroè), ma che il sistema nervoso ha il suo centro nel cervello, avesse risposto: “L’osservazione mi dimostra che la cosa sta veramente così, ma nei libri di Aristotele sta scritto il contrario, ed io credo ad Aristotele”. Così questa tipologia di aristotelici era effettivamente diventata una calamità. Ecco perché la scienza empirica dovette farla finita con questo falso aristotelismo da caproni, e richiamarsi all’esperienza pura (un impulso particolarmente energico fu dato a questa tendenza da Galilei).

Ciò che voglio innanzitutto far notare è che NON SI PUÒ NON INTERPRETARE l’osservabile! Così come non si può NON PENSARE. Ogni cosa percepibile è anche SEMPRE da interpretare. Ogni parola, ogni nozione, ogni respiro, ogni cosa insomma è un simbolo che evoca una parte di realtà. L’osservazione di qualunque cosa provoca sempre il mio pensiero, e questo pensare mi indica la via per collegare un’esperienza ad un’altra esperienza. Dunque chi assolutizza la pretesa che una scienza “rigorosamente oggettiva” faccia scaturire i suoi contenuti dalla mera osservazione, dovrebbe pure pretendere che essa rinunzi del tutto al pensare. Perché il pensare, per sua natura va sempre al di là dell’osservato.

Occorre poi rendersi conto che una scienza basata solo sui sensi, o sul solo intelletto che concettualizzi esclusivamente oggetti di percezione sensibili, è destinata solo ad accorgersi che moltissime sue nozioni sono effimere, oppure a mentire negando tale animadversio. Ecco perché Goethe diceva che tutto l’effimero non è che un simbolo. Se per esempio tu mi invii una mail da Parigi ed io la ricevo al mio paese, in base alla sola percezione sensibile, io posso dire soltanto che il contenuto di quella mail scaturisce dal mio computer, situato a casa mia, al mio paese. Basandomi solo sui miei sensi posso scientificamente dire solo che l’email proviene da lì, non da Parigi. Effimero è dunque il contenuto della mail percepibile come scaturente dal mio computer, e solo accogliendo quel contenuto come simbolo del fatto che la mail è stata scritta a Parigi, cioè in un luogo a me impercepibile, posso sapere SOVRASENSIBILMENTE (o EXTRA-SENSIBILMENTE) che quel contenuto proviene da Parigi. La realtà non è dunque solo quella sensibile ma anche quella SOVRASENSIBILE (o EXTRA-SENSIBILE). Bisognerebbe allora almeno chiedersi: cosa intende dire oggi chi parla di realtà? Cos’è realtà? La materia oscura? L’energia oscura? Chi parla di realtà dovrebbe caratterizzarla, almeno per intendersi con chi ascolta.

Per Mauro Biglino “la necessità di premiare i giusti e punire i malvagi nasce dalla palese contraddizione tra ciò che l’uomo si attende da un Dio giusto e la realtà che invece mostra come i malvagi prosperano e i giusti spesso soffrono” (Biglino, “Resurrezione. Reincarnazione. Favole consolatorie o realtà?... op. cit). Questo suo libro ha per sottotitolo “Favole consolatorie o realtà?”. Bisognerebbe quindi che egli spiegasse innanzitutto cos’è per lui la realtà. Ogni realtà deve fare i conti con due aspetti che la costituiscono: il percepibile e il capibile (cioè l’oggetto di percezione ed il concetto che vi si riferisce), altrimenti ogni cosa poi si dimostra sempre effimera e quindi sarà sempre illusoriamente afferrata (una simile illusione fu per esempio il geocentrismo).

Oggi la scienza CREDE ancora nella “realtà” dei “nervi motori” (senza averne mai dimostrata l’esistenza) e nega realtà ai colori e a tutto il sovrasensibile che non riesce ad accogliere. Ma che scienza è mai questa? Posso io affermare che sia reale una scienza che per molti versi poggia ancora sulla FEDE? Una risposta affermativa non sarebbe molto coerente.

La realtà mostra che i malvagi prosperano? A me non sembra. Vivere costantemente in paranoia non è prosperare: come fa un malvagio a prosperare se poi è costretto a girare con la scorta? Se dovessi scegliere fra questa condizione di prosperità e la povertà, sceglierei la povertà. E poi il male non è un’idea che si realizza a discapito del bene che invece non si realizza. A me pare che sia vero il contrario: il bene è l’idea che si realizza, mentre il male l’idea che non si realizza. Il male è tutto ciò che come fatto, istituzione, organizzazione, natura, opera in luogo dell’idea originaria, nella misura in cui il suo essere “fatto” si traduce immediatamente (cioè senza mediazione del pensare) in valore interiore, grazie a forze che di quel “fatto”, o di quel male, lasciano trasparire solo l’apparire sensibile. Ecco perché si tratta di mera parvenza, di effimero, dato che l’apparire è il limite di un movimento che viene da attività interiore, che l’io dovrebbe riconoscere come proprio: non il limite che condiziona l’io!

Se non si considera la realtà composta sia dal percepibile che dal concettualizzabile (o dal capibile in concetti) si rimane “scientificamente” nella vecchia tradizione lunare, cioè in PENSATI altrui, creduti o dati per scontati, i quali conducono ad un nuovo che in realtà è un vecchio: un nuovo oscurantismo rivestito con “scienze” della “materia oscura” o dell’“energia oscura”. E questo perché è detto da sedicenti scienziati che ritengono lecito assolutizzare per… relativizzare! Sono gli scherzi della luce lunare!

Se si vuole davvero superare il tradizionalismo in cui vi è un maestro sulla piramide e i discepoli sotto, occorre invece la luce diretta del sole, al centro di una tavola rotonda in cui ognuno può accogliere chiarezza. Non chiamate nessuno maestro! (Mt 23,9).

La traduzione letterale è dunque funzionale allo studio di una lingua, ma solo a patto che di quella traduzione non si facciano idoli. Ecco perché le parole “tradurre” e “tradire” sono formate dalla stessa radice come la parola “tradizione”.

Oltretutto, nel caso di Biglino, se parla di alieni non si può dire che egli non interpreti. Allo stesso modo non si può comprendere il linguaggio in base a mere parole anche se esse sono proposte come traduzioni letterali di un’altra lingua.

Occorre poggiare anche e soprattutto sui concetti, i quali evocano contenuti esperienziali. Ogni parola, antica o moderna, è sempre un simbolo evocativo di un concetto correlato a un relativo oggetto di percezione. Un esempio: la realtà letterale della parola “osso” consiste, sì, in due “esse” poste fra due “o”. Ma la realtà letterale non dice nulla se il concetto non evoca un contenuto di pensiero. Biglino fa l’esempio dello spirito che vuol dire anche alcool. Però questo esempio di polisemia può valere per molte altre parole. Si prenda la rosa. Vi è la rosa dei venti, la rosa dei candidati, la signora Rosa, il fiore “rosa”, ecc. Dunque il contesto delle parole è importante per determinare il loro senso concettuale. E lo stesso Biglino non lo nega. Però si pensi ora alla parola “automobile”. Presa in senso letterale essa è un’impossibilità pratica: ogni vettura è sempre MOSSA. Non è mai “auto”-”mobile”. “Auto” è un prefisso per significare “da sé”, “da se stesso”, “di proprio impulso, “indipendentemente”, “in persona” (Dizionario etimologico Pianigiani). Dunque ciò che chiamiamo “automobile” è un oggetto sempre mosso da qualcos’altro (il carburante) o da qualcuno (l’uomo). Quindi dovrebbe chiamarsi “etero-mossa”, NON “auto-mobile”. Poniamo ora il caso che fra tremila anni qualche studioso dicesse che un tempo esistevano automobili in base alla parola letterale “automobile”, cioè che qualcuno traducesse in modo letterale. Si evocherebbe un contenuto concettuale inesistente, in quanto non esisterà mai una vettura in grado di muoversi da sé. Lo stesso può essere detto del concetto di intelligenza artificiale: l’intelligenza artificiale è un meccanismo come una trappola che scatta intrappolando il topo a seconda del dispositivo creato dall’intelligenza umana per farla scattare. Nessuno però potrà mai dire un giorno, in base alle parole letterali, che la trappola è artificialmente intelligente… L’intelligenza artificiale non può essere reale. Il calcolatore potrà fare calcoli sempre più perfetti ma non potrà mai essere un ente intelligente senza un programma che lo piloti o senza la corrente elettrica. Dunque se in base a parole tradotte letteralmente si descrivono alieni, bisognerebbe almeno chiedersi: “Perché alieni? Non potrebbero costoro essere antichi atlantidi prediluviani?”.

In ogni caso ben vengano studiosi come Biglino, il quale non può ignorare il notorio, e cioè che gli atlantidi avevano apparecchi volanti, la cui combustione era alimentata mediante i germi delle piante, e che trasformavano la loro forza vitale in energia applicabile alla tecnica. Così riuscivano a far muovere i loro veicoli e i loro macchinari elevandosi anche al di sopra dei monti, e comunicare a distanza. Di queste macchine volanti (in sanscrito “vimana”, “rukma vimana” o “astras”) presenti nel periodo atlantideo ne parla dettagliatamente l’antico saggio Bharadwaja nel suo trattato di scienza aeronautica intitolato “Vymaanika-Shastra”. Queste antiche aeronavi sono citate altresì nei quattro Veda, nello Srimad Bhagavatam e in molti altri trattati di varia natura (come ad es., il “Samarangana Sutradhara”, il “Shakuna Vimana”, ecc.), nonché in altre cronache documentali dell’antichità. E ne parla anche Biglino, appunto, nel suo bel libro “Il falso testamento” a proposito di “kavòd”, dell’Iliade e dell’Odissea.

Di solito nelle confessioni religiose il termine ebraico “kavòd” è tradotto dalla bibbia con “gloria”, e con ogni altra onorificenza.

La mia spiegazione è la seguente. “Mekhabbèd” è in ebraico l’onorante, colui che onora. La radice kaf+bet+dàlet rende l’idea fondamentale di “avere peso”, “essere pesante”. Infatti “pesante” si dice “kavéd” (“kevedà”; “kevedìm”, “kevedòth”). Come sostantivo maschile, “kavèd” significa “fegato” e si scrive nello stesso modo. Ne ho parlato nel mio saggio “Un futuro di consapevolezza dall’antica visione del cielo” (Ed. Ricerca ‘90, n° 45, Gennaio 2001 http://www.cirodiscepolo.it) anche a proposito della forza interiore: «La durata temporale del ciclo della precessione solare è di 2160 x 12 = 25.920 anni, e l’astronomia arriva vicino a questo numero arrotondando a 26.000 anni… “La storia è sacra per l’estrinsecarsi del 26 nel tempo” (Nereo Villa, “Numerologia biblica. Considerazioni sulla matematica sacra”, Ed. SeaR, Reggio Emilia, 1995, p. 52). Che ciò sia connesso all’uomo è evidente anche nella fisiologia del corpo umano. L’io ha per veicolo il sangue. I fenomeni del pallore e del rossore, caratterizzano infatti rispettivamente lo spavento e la vergogna: nel primo, il sangue si dirige a difendere il nostro centro interiore, il cuore, che batte più forte mentre impallidiamo; nella seconda, vorremmo uscire, scappare via da noi stessi, da tale centro verso il cosmo esteriore, così che arrossiamo. Nel nostro corpo vi sono circa 26 bilioni di globuli rossi. Forse potrà anche essere un caso, ma il ferro, 26° elemento, è presente nell’emoglobina “e il suo nucleo atomico è circondato da 26 elettroni” (Peter Plichta, “La formula segreta dell’universo”, Ed. Piemme, Alessandria 1998, p. 108). E vi è dell’altro in merito a questo numero. Il valore numerico di “kavéd” (“fegato”) è 26, lo stesso del Tetragramma YHWH. Proprio per la grande quantità di sangue che contiene, il metabolismo del fegato può svolgere due funzioni opposte: la principale è quella di spingere l’uomo verso l’impulsività, oppure in direzione diametralmente opposta, la pusillanimità». Si consideri poi che il valore numerico delle lettere del tetragramma YHWH è anch’esso 26. E la bibbia conta 26 patriarchi. Non a caso dunque YHWH era tradotto anche con Zeus o Giove, e questo pianeta è ancora oggi per l’astrologia medica il principale pianeta governatore del fegato.

Come verbo, nella costruzione semplice (kal), “kavéd” significa ancora “essere pesante, grave”, e quando i filistei si impadronirono dell’arca di YHWH e la trasportarono in Ashdòd, molti malanni caddero su di loro e il testo dice (I Shemuèl V, 11): “kavedà meòd yad ha-Elohim = fu pesante molto (su di loro) la mano di Elohim (1Samuele 5,11 «Fatti perciò radunare tutti i capi dei Filistei, dissero: “Mandate via l’arca del Dio d’Israele!”. Infatti si era diffuso un terrore mortale in tutta la città, perché la mano di YHWH era molto PESANTE»). E Biglino ha ragione qui nel sospettare che YHWH, più che un dio, fosse una specie di pestifero terrorista...

Ma procediamo. Nella costruzione pi’èl (raddoppiamento della seconda radice = kibbèd) il significato diventa: “onorare”; ognuno vede che, in fondo, il rendere onore equivale a riconoscere peso, importanza ad una persona. Questo verso si coniuga, al passato della costruzione pi’èl come segue: “kibbadti” (onorai, ho onorato; in ebraico la “v” si pronuncia spesso anche con la “b”) “kibbàdta”, “kibbàdth”, “kibbèd”, “kibbedà”; “kibbàdnu” “kibbadtèm, “kibbadtèn”, “kibbedù”. Il futuro è: “akhabbèd” (“onorerò”), “tekhabbèd”, “tekhabbedì”, “yekhabbèd”, “tekhabbèd”; “nekhabbèd”, “tekhabbedù”, “tekhabbèdna”, “tekhabbedù”, “tekhabbèdna”. “Kabbèd eth-avìkha we-èth immèkha” è il 5° comandamento (“Onora tuo Padre e tua Madre”) e qui “kabbèd” è la seconda persona dell’imperativo (sempre nella costruzione pi’èl) rivolta ad un uomo. Lo stesso comando, rivolto ad una donna, sarebbe: “kabbedì”, rivolto a più uomini “kabbedù” (onorate!) e rivolto a più donne: “kabbèdna”. Il “kibbùd” (sostantivo maschile) è l’onoranza, il tributo d’onore: “kibbùd av wa-èm” = “l’onore che si attribuisce al padre ed alla madre”. Nel linguaggio moderno si chiama “kibbùd” il trattamento, la distribuzione di bibite, dolci, ecc., che il padrone di casa, in occasione di visita, fa in onore dell’ospite; per esempio “ha-orechìm ta’amù min ha-kibbùd” significa: “gli ospiti hanno fatto onore al buffet”. Altro esempio: “ba-mè akhabbèd othekhà” (con che onorerò te?) e cioè: che cosa ti posso offrire?

La parola “kavòd” (sostantivo maschile) = “onore”, è molto più conosciuta ed usata nel linguaggio (perfino dagli ebrei che non conoscono l’ebraico). Fare “kavòd” è espressione comune. “Bi-kvòd ràv” = “con grande onore”; “li-kvòd ha-Torà” = “in onore della Torà”; “oth kavòd” (= “segno d’onore”) è adoperato per “onorificenza”; “bèth ha-kavòd” = “la casa dell’onore” è uno dei mille modi per non dire “latrina”; “kòved” (sostantivo maschile) significa “peso”, “pesantezza”; “merkàzh ha-kòved” è il “centro di gravità”; “kevedùth” (sostantivo femminile) è la pesantezza in astratto; “bi-kvedùth” equivale a: “pesantemente”, e potrei continuare (cfr. C. A. Viterbo, “Una via verso l’ebraico”, pp. 117-118, Ed. Carucci, Roma 1988). Non credo che Biglino voglia negare tutto ciò.

Il primo capitolo del libro “Il falso testamento” di Biglino è intitolato “Kavòd: gloria o arma?”. Certamente la polisemia dei vocaboli poggianti sulla radice “kvd”, esaminata fin qui, indica “gloria”, “onorificenza”, “peso”, “pesantezza”, “fegato”, ecc. Fra queste indicazioni non compaiono “armi”. Quindi come fa Biglino a chiedersi se “kavod” possa significare anche “arma” e contemporaneamente sostenere di non volere interpretare ma di tradurre semplicemente in modo letterale? Certamente molti contesti del “kavòd” di YHWH possono far pensare ad un’arma o ad un oggetto che si sposta, però il contenuto di tale pensare non compare nei vocabolari di ebraico o di etimologia.

Credo che non compaia perché non abbiamo più un contenuto concettuale riferibile al “kavod”: l’abbiamo dimenticato. Oggi lo traduciamo con “gloria” e “onore” perché non possediamo più né gloria, né onore, dato che siamo caduti nella “materia oscura” o nell’“energia oscura”, e oltretutto per questo motivo reputiamo noi stessi degli illuminati! Ma illuminati di che? Di oscurità? Rispetto ai teologi del materialismo religioso o delle madonne di gesso che piangono, Biglino almeno si meraviglia e dice: o traduttori, guardate che non va bene così, qui “kavòd” sembra un’arma, qui sembra una navicella spaziale, qui… ecc.

Forse lui non lo sa ma la sua opera è propedeutica allo studio scientifico dello spirito, cioè del concetto che, diversamente dalla parola, non comporta alcuna onda sonora meccanica o materiale... Certo è difficile far comprendere questa cosa a chi non distingue fra parole e concetti...

I cultori della grammatica ebraica sono rari. E ancora più rari sono gli studiosi che ancora si meravigliano e/o quelli che si accorgono della “parentela” fra i termini “gematria” e “grammatica”: la gematria è un termine di origine greca, derivato non da geometria, come si crede in genere ma da grammateia e/o da “grammata” (“lettere”) (cfr. R. Guénon, “Simboli della scienza sacra”, Ed. Adelphi, pag. 54, n. 7). Quando l’essenzialità di un linguaggio consiste nella sua peculiarità numerologica, come nel caso della lingua ebraica, il solo tradurre in un’altra lingua i suoi contenuti, che sono in essenza contenuti numerici, significa farne qualcos’altro, snaturarla: i suoi contenuti di immagini e di numeri sono allora ridotti a mere immagini. Ecco perché sulla concezione quantitativa della lingua ebraica è stato osservato che il solo tradurla va contro le indicazioni della Bibbia. Non appena infatti “la parola non è niente di più che una descrizione di un’immagine o di un sentimento, essa perde la sua connessione con l’elemento quantitativo, tramite il quale fu portata fino al confine del mondo spaziale e temporale col mondo dell’essenza. Se dunque si vuole vedere una parola biblica solo come una descrizione di immagine, così ad esempio [...] la parola “casa” solamente come immagine di una casa, oppure se nella descrizione di un sentimento, ad es. “vendetta”, si bada soltanto a ciò che si sente quando si immagina “vendetta”, allora in questi casi si è tolto alla parola biblica il suo significato più profondo. Della parola si sono fatte immagini. Ma come ciascuno sa, la Bibbia non vuole che si facciano immagini” (Friedrich Weinreb, “Der gottliche Bauplan der Welt”, Ed. Origo).

Credo che oggi occorra essere molto più scientifici di quanto si è o si crede d’essere. Non ci si può credere scienziati senza sperimentare i concetti che si usano. Senza l’esperienza (esperimento) del concetto siamo costretti a ragionare per parole, o per nozioni pensate da altri, dunque per PENSATI. Ma tali pensati non possono più farci da guida. Solo il nostro pensare può farci da guida nella misura in cui ne sperimentiamo l’universalità. Perché mai studiamo ancora Pitagora (ca. 570 - ca. 495 a.C.)? Perché le sue idee sono universali e incontrovertibili nella logica di realtà. Si pensi al suo teorema e a quello di Euclide (ca. 323 a.C. - ?). Si tratta di teoremi studiati ancora oggi ma non sui loro testi originali. Sono studiati in base ai loro contenuti scientifici. Dal punto di vista della geometria sarebbe anzi impensabile un loro studio sulle loro pergamene antiche, perché si tratterebbe di studi filologici, prima che di matematica e di geometria. Tali pergamene non servirebbero un gran che. Anzi, se cercando la verità degli enunciati euclidei e pitagorici, li si volesse studiare direttamente sui testi originali greci, o su quanto è rimasto di essi, per essere sicuri che le idee di Pitagora e di Euclide siano giuste, ciò significherebbe stupidità. Non credo che le cose siano così. Perciò se per una catastrofe o per un qualsiasi altro motivo andassero perduti TUTTI i testi originali di quelle verità, nelle scuole si studierebbero ugualmente i loro teoremi. Perché si tratta di verità che ognuno può trovare e verificare in sé, senza bisogno di alcun documento antico. Credo anzi che con la sola filologia, un filologo che non si intenda di matematica e di geometria, non possa comprendere l’essenzialità degli enunciati pitagorici ed euclidei presenti in quei documenti antichi. Magari potrà anche scrivere tonnellate di libri sulle parole originali usate dai due matematici ma non potrà verificare interiormente tali verità, così come invece sono in grado di fare quei ragazzi che a scuola si occupano di matematica e di geometria.

La stessa cosa vale per i testi antichi come la bibbia, o per qualsiasi altro antico testo in cui si parla di “io”, “io sono”, “eié esher eié” (“io sono l’io sono”), ecc. Oggi, molti anni dopo i cosiddetti misteri delle scritture antiche, le verità misteriosofiche sono studiate da filologi e da teologi, con risultati stampati in milioni e milioni di libri, che entrano nelle biblioteche del pianeta come il “non plus ultra” della verità. Ma quel teologico “non plus ultra” si allontana sempre più dalla verità. Operando come il filologo che, non intendendosi di matematica si allontana sempre più dalla verità pitagoriche ed euclidee, si affronteranno gli antichi testi originali solo con la filologia o con la scienza storica o con la metodologia dogmatica, ma ci si allontanerà sempre più dal vero. Il metodo esteriore e laico, storico-scientifico, conduce i teologi ed i cercatori odierni, sedicenti scienziati, ad una progressiva materializzazione dell’interpretazione dei testi antichi. Con tale metodo si possono solo constatare le contraddizioni delle scritture. Occorre invece risolverle, superarle… Perché solo questo da’ gioia.

Nereo Villa, è musicista studioso di antroposofia steineriana. Svolge ricerche e studi nei campi: linguistica, ebraico, astrologia, economia, monetarismo. Ha pubblicato per SeaR Edizioni “Numerologia biblica” (1995) ed il “Sacro simbolo dell’arcobaleno” (1998) e vari saggi per le Edizioni “Ricerca ‘90”, fra cui: “L’assegnazione dei suoni ai corpi celesti” (2000) e “I sensi umani non sono solo 5” (2006).

 

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