Levinas, Biglino e gli zeloti antroposofisti

Pubblicato il da nereovilla

Levinas, il Biglino di mezzo secolo fa,
e gli antroposofi spensierati

La leggenda degli atti compiuti dall’Eterno è solo una leggenda detta “storia sacra” oppure si tratta di un mucchio di palle? In un testo che raccoglie conferenze del 1963 e del 1966 tenute alla sezione francese del Congresso mondiale ebraico, Emmanuel Levinas sembrerebbe - nell’illustrare una certa ermeneutica - voler avvertire gli ebrei e il mondo intero del fatto che tutta la storia ebraica potrebbe semplicemente essere una storia come tutte le altre. E da oltre mezzo secolo quell’illustrazione si presenta come una conferma di quanto dice oggi Mauro Biglino sul “sacro”. Ecco le parole di Levinas: «[…] tutto quanto fu compiuto, l’uscita dall’Egitto, e i miracoli, e le promesse, niente di tutto questo è vero. O per lo meno, si può fare a meno di parlarne, si può passar sotto silenzio la storia sacra. La storia sacra si spiega perfettamente con la storia semplicemente, con la storia politica, economica, sociale. La storia ebraica è una storia come tutte le altre. Mikaél ha un bel voler dire in buon ebraico “Colui che è come Dio” (sapete dirmi un nome più bello? una preghiera che si è fatta nome). Andiamo! Mikaél viene da “mak” che vuoi dire “debole”. Mikaél significa: Dio debole. L’Eterno non è soltanto un Dio che non ha fatto mai niente, è un Dio che non può fare un bel niente. Non potrà mai conquistare la Terra promessa. È un Dio fiacco. Che follia seguirlo!» (E. Levinas, “Quattro letture talmudiche”, p. 106, Ed. il melangolo, Genova 2008).

Quindi come si fa - bisognerebbe chiedere anche e soprattutto agli antroposofi spensierati della “Società antroposofica”, credenti in Michele e nelle scuole ad indirizzo pedagogico steineriano ma contemporaneamente parificate a quelle di Stato - a combattere per Dio, cioè in nome di Dio, per un mondo migliore?

«Come si fa ad opporsi nel nome d’un Dio che, dico io, non si mostra mai, che non parla, che ha parlato, è vero, sul Sinai, ma di cui non si è mai saputo se ha parlato poco o tanto, e ha detto tutto quello che gli si attribuisce o non si è limitato alla prima frase, magari alla prima lettera del Decalogo, che, per combinazione, è l’“alef” impronunziabile! Che valore possono avere gli attributi e le promesse di un Dio tanto enigmatico? Cosa contano le astrazioni e le sottigliezze della Rivelazione di fronte alla splendida apparizione dei figli della terra che portano il sole a mo’ di medaglione?» (Levinas, op. cit. p. 112).

E chi altri sono i nuovi adoratori del sole e della luna - chiederei volentieri a Levinas - se non gli einsteiniani che, un po’ come gli antroposofisti non sanno distinguere il lume dalla luce?

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